Chiesa del Purgatorio ad Arco

Chiesa del Purgatorio ad Arco
(articoli apparsi su napoli.com)

Il complesso Museale di Santa Maria delle anime del Purgatorio ad Arco con le suggestioni che è in grado di provocare in ogni visitatore fa parte del Distretto Culturale di via Duomo sorto, qualche anno fa, in collaborazione con il Pio Monte della Misericordia e la sua caravaggesca ricchezza e con la Deputazione della Real Cappella del Tesoro di San Gennaro, uno dei tesori artistici più ricchi del mondo. 
Le tre Istituzioni, apparentemente diverse fra loro, sono in realtà accomunate da una serie di elementi che, col passare del tempo le faranno diventare il nucleo fondante di un più vasto percorso che potrebbe arricchirsi di molti altri siti fra cui il Museo Diocesano di Donnaregina Nuova, il Duomo, la Quadreria dei Girolamini e il Museo Filangieri per citarne alcuni fra i più importanti.
Ma tornando al primo nucleo di questo avveniristico progetto abbiamo voluto soffermare la nostra attenzione sul Complesso Museale di Santa Maria delle anime del Purgatorio ad Arco, attualmente gestito dall’Associazione Progetto Museo(http://www.progettomuseo.com) e riportato al suo antico splendore attraverso un appropriato restauro, visite guidate, percorsi didattici per le scuole e la realizzazione di eventi.  Si tratta di uno di quei “luoghi della solidarietà”, così definiti dai responsabili dell’Associazione, caratterizzati dalla vicinanza territoriale per cui sono tutti raggiungibili a piedi, dalla medesima finalità d’intenti basata essenzialmente sul sostegno alle classi povere della società nonché dalla unitarietà delle collezioni e quindi veri e propri giacimenti di opere d’arte che testimoniano la storia antica e recente di Napoli.

Sulle guide che i turisti stranieri consultano meticolosamente quando si incamminano per il centro storico cittadino, in particolare per via Tribunali già Decumano maggiore, si può leggere la descrizione della “Church of Saint Mary of Souls in Purgatory in Arco” che tradotto in lingua partenopea significa “‘a Chiesa de’ cape ‘e morte”; infatti con questo nome è popolarmente conosciuta la Chiesa che, lungo la strada, colpisce per i quattro paracarri granitici sormontati da teschi di bronzo con tibie incrociate e collocati davanti alle due rampe di scalini che ne permettono l’accesso. 
Un modo davvero inusuale e finanche troppo diretto per accogliere i fedeli in preghiera che vengono, sin da subito, investiti dal quel “memento mori” dei monaci trappisti che nella loro stretta clausura e sin dal 1140 usavano scavare quotidianamente un po’ di fossa in cui sarebbero stati seppelliti appena morti. “Ricordati che devi morire” era ed è il monito per tutti, visitatori, fedeli, turisti e semplici passanti.
Qualcuno la chiama anche Chiesa delle “cento Messe” perché nel mese di novembre viene celebrata una funzione religiosa in suffragio per i defunti e dunque per tutte le anime del purgatorio i cui resti mortali, ancora oggi e a distanza di secoli, vengono conservati in quel grande e austero ipogeo che costituisce una vera e propria chiesa inferiore con tanto di cappelle laterali e altare centrale. 
Ma andiamo per ordine e accenniamo alla storia della chiesa che sorse agli inizi del ‘600 grazie al nobile avvocato napoletano Pietro Antonio Mastrilli che ne finanziò la costruzione e alla volontà di un gruppo di laici appartenenti alle più nobili famiglie cittadine, riuniti nell’Opera Pia Purgatorio ad Arco, che oltre a occuparsi attivamente di assistenza e beneficenza nei confronti dei più poveri vollero anche istituire pratiche devozionali riguardanti la cura delle anime del Purgatorio.
Il tutto avveniva in un momento particolare laddove ordini religiosi e monastici, sette e confraternite di origine medievale edificarono conventi, chiese, basiliche e monasteri intessendo un fitto reticolo di luoghi di culto attorno ai quali si respirava profumo acre d’incenso, si snodavano processioni con statue trasportate da fedeli e sacerdoti in abito talare, si elevavano armoniosi canti liturgici, orazioni popolari e litanie ripetute come mantra ossessivi. Il miglio sacro, ovvero il centro storico della Capitale del Regno si riempì, più di ogni altra città italiana e forse europea, di edifici sacri in un trionfo barocco di cui si possono ammirare ancora oggi numerose testimonianze ben conservate.
Nel caso di Purgatorio ad Arco la facciata della Chiesa, ornata da un ricco apparato iconografico composto da teschi alati, femori infiocchettati e clessidre, richiama istintivamente alla caducità della vita ma anche alla preghiera per le anime che ivi soggiacciono in attesa di pensieri caritatevoli. 
Qui la pietas cristiana è ben spiegata dalle forme che Onofrio Tango e i marmorari Donato Vannelli e Domenico Agliani prima e lo scultore Giuseppe De Marino poi hanno elaborato per introdurre il fedele in quel trionfo aureo dove i pittori Girolamo de Magistero, Andrea Vaccaro, Luca Giordano, Giacomo Farelli e gli scultori Ceccardo Bernucci e Giovan Domenico Monterosso lo accompagnano al cospetto della “Madonna con le anime del Purgatorio” capolavoro di Massimo Stanzione. 
E’ in questo quadro che si chiarisce, alla luce del dogma di fede e di un simbolismo che ancora resiste, il passaggio che dalla morte conduce l’anima al Purgatorio e finalmente al Paradiso, e ciò deve avvenire non senza l’intercessione della Madonna che è raffigurata nell’atto di indicare le anime meritevoli di essere salvate per l’eternità.
Ci troviamo di fronte alla quintessenza del pensiero contenuto nello statuto dell’Opera Pia Purgatorio ad Arco laddove si riteneva necessario seppellire i poveri e coloro che erano senza parenti in un luogo benedetto ovvero nelle “Terre Sante” e non lontano da eventuali salme dei loro cari nell’ipogeo della Chiesa, nonchè si riteneva indispensabile celebrare messe giornaliere e dire continue preghiere di suffragio per quelle che furono significativamente chiamate, dal popolo napoletano, “capuzzelle” e “anime pezzentelle”. 
Ma oltre a pregare affinché le anime del Purgatorio raggiungessero la beatitudine il fedele chiedeva, e in qualche caso chiede ancora, ai poveri e anonimi resti mortali doni divini e grazie per sé stesso e per i propri familiari; il tutto dopo aver adottato un teschio o “capuzzella” sommergendolo di orazioni, lumini, fiori e santini.
Il rito tecnicamente si chiama “o refrisco” (refrigerio) e prevede che, in seguito all’agognato raggiungimento del Paradiso l’anima adottata restituisca il favore intercedendo a sua volta presso l’Altissimo per migliorare la vita terrena del fedele che ha chiesto la grazia.
Cosicché sono visibili, davanti agli scarabattoli e alle edicole contenenti resti umani ossei e crani, tanti ex voto che testimoniano la grazia ricevuta e il sentimento di riconoscenza del fedele che ha tanto pregato e che ha avuto la sensibilità di adottare ”l’anima pezzentella” con cui si é stabilito, incredibilmente, un rapporto stabile e duraturo. Dobbiamo deludere coloro che pensano che si tratti di usanze ormai non più praticate infatti “anche di recente e nonostante la proibizione di questa pratica da parte del Cardinale Ursi datata 1969 il culto non si è mai del tutto estinto – ci dice Vittoria Vaino esponente dell’Associazione Progetto Museo (progettomuseo@email.it) e referente della Chiesa di Purgatorio ad Arco – addirittura stiamo pensando di tesserare i veri fedeli al fine di arricchire la già cospicua documentazione d’archivio in possesso dell’Opera Pia”. 
Infatti la continuità di questo singolare culto, unitamente alle testimonianze contemporanee, potrebbe rivestire una grande importanza dal punto di vista antropologico visto che alcuni crani vengono ancora adottati per le più svariate ragioni ma anche in virtù del loro potere taumaturgico. 
Fra questi ci piace ricordare il teschio coperto da un velo di sposa e adagiato su un cuscino in una nicchia di “riggiole” bianche, riferito a una Lucia morta giovanissima per cause non del tutto chiare come in ogni vero giallo storico un po’ noir che si rispetti; ed ancora un teschio di adulto che trasuda costantemente come nessun altro pur essendo conservato nelle stesse condizioni ambientali degli altri resti e un piccolo teschio di infante sommerso di pupazzi e giocattoli di piccole dimensioni.
Le urne devozionali conservate all’interno degli ambienti ipogei della Chiesa non sono più moltissime in seguito alla loro perdita e ai trasferimenti disposti in più fasi dalla Soprintendenza anche dopo il sisma dell’80 che danneggiò l’intera struttura; tuttavia alcune “Maste” cioè donne del popolo particolarmente devote, ancora ricercano anime cui tributare cure amorevoli e preghiere mentre le zitelle tendono a rivolgersi alla velata Lucia per trovare marito. 
Tracce sporadiche di una fede profonda e radicata nel tempo che non può andare perduta. 
Per la stessa ragione i numerosi oggetti antichi, sei – ottocenteschi, racchiusi in mobili di mogano e di noce pregiati sono stati catalogati ed esposti presso il Museo dell’Opera Pia allestito all’interno della sagrestia. Si tratta di preziosissimi paramenti sacri ricamati in argento, oro e sete policrome, rari manoscritti, una trentina di pezzi che testimoniano l’arte argentaria napoletana, dipinti del seicento e del settecento ed infine ex voto che testimoniano la pietà popolare. 
Anche in questo caso la visita riserva piacevoli sorprese introducendo l’osservatore in una bolla spazio-temporale in cui il barocco si mostra in tutte le forme più sgargianti nonostante l’austerità dell’ipogeo, delle tombe terragne e dei sotterranei che, attualmente, sono interdetti al pubblico. 
Croci dorate e una cupola splendida per la chiesa di superficie, croci nere,altari spogli e anguste grate per la chiesa ipogea a simboleggiare il Paradiso al vertice e il Purgatorio in quella zona mediana dove ci si purifica dai peccati. 
Un viaggio ascensionale fatto anche di musica grazie a due organi riparati da Francesco Cimmino due secoli fa e da cori composti non da sacerdoti bensì da coristi e cantori di professione con cui si formavano veri e propri ensemble, per cantare spiritual ante litteram, come il famoso “Miserere” di proprietà della Congrega, con musiche scritte da uno dei più grandi compositori di musica sacra napoletani dell’epoca Francesco Feo. 
L’archivio storico dell’Opera Pia, gestito dall’Associazione Amici degli Archivi (www.amicidegliarchivi.it) presieduta dal Sovrintendente Giulio Raimondi, ha organizzato una sala di consultazione e di lettura in Vico Storto Purgatorio ad Arco n.15 dotata di circa diecimila volumi stampati tra il 1606 e il 2008; il catalogo bibliografico, di circa 70 pagine, è stato compilato dal direttore amministrativo dell’Opera Pia Maria Laura D’Acunto in collaborazione con Itala Del Noce. Inoltre l’Associazione ha provveduto al restauro e al riordino di circa duemila tra libri contabili, registri e raccoglitori di documenti in gran parte cuciti a mano da cui emerge l’intreccio tra la storia dell’Opera pia, la genealogia delle più importanti famiglie nobiliari, il modus operandi delle altre istituzioni coeve tra cui l’Arciconfraternita dei Pellegrini, il Pio Monte della Misericordia e San Giuseppe dei Nudi nonché i rapporti con i Viceré che si avvicendarono.
Nelle “confidenze” e nei libri di conti e “memorie” c’è tutta la documentazione relativa ai beni affidati dai vari benefattori alla Congregazione nonché ai beni ereditati mentre nel centinaio di pergamene restaurate, si rinviene tutto quanto concerne la Chiesa e le proprietà immobiliari.

L’Opera Pia Purgatorio ad Arco continua a mantenere fede ai propri compiti statutari e, ad oltre quattro secoli dalla sua fondazione, è inserita nell’elenco ufficiale degli istituti pubblici di assistenza e beneficenza della Regione Campania. 
Agli inizi del ‘900 la Congrega aprì un ambulatorio per l’assistenza ai malati poveri che oggi si chiama Poliambulatorio “L’Arcipelago” e che aveva ed ha ancora i suoi uffici e laboratori specialistici proprio in Vico Storto Purgatorio ad Arco 15 (tel. 081/29.87.91).
E’ importante ricordare che nello stesso ambulatorio lavorò, per un certo periodo, Giuseppe Moscati il medico Santo di Napoli, che ebbe modo di insegnare ai suoi allievi di “non abbassare mai la loro sublime missione a un mercimonio” senza però permettere che essi fossero privati del giusto ed equo onorario; dunque fra le sue virtù si registra anche quella del distacco eroico dal denaro. 
Gli stessi componenti della Pia Congrega, pur appartenendo alla nobiltà e all’aristocrazia partenopea, non si sottraevano alle principali opere di misericordia corporale fra cui dar da mangiare agli affamati, visitare gli infermi e seppellire i morti né alle principali opere di misericordia spirituale fra cui pregare Dio per i vivi e per i morti, pertanto parte dei loro copiosi patrimoni era messa a disposizione dei bisognosi e dei malati poveri.


Lavoro antropologico sugli scaravattoli lignei altare Ipogeo B
Sono terminati i lavori di restauro dei due ipogei e del corridoio della Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco che figura al quarantanovesimo posto nella lista delle Chiese presenti nel quartiere San Lorenzo in posizione strategica fra i 203 luoghi di culto del centro storico, distribuiti nel cuore della Napoli greco-romana e classificati dall’Unesco. 
Classificazione reperti ossei
In via Tribunali 39 è stato svolto un lungo e meticoloso lavoro che ha richiesto l’impegno continuativo dell’antropologo fisico e paleopatogo della Federico II° Pier Paolo Petrone e del giornalista appassionato di antropologia culturale Antonio Tortora.
Viene in mente ciò che il Cardinale Michele Giordano scrisse in un pregevole volume pubblicato negli anni ‘90: “Il centro antico di ogni città custodisce preziose memorie storiche sulle origini, l’arte, le tradizioni di un popolo. 
Ciò vale in maniera particolare con Napoli, che può vantare un patrimonio culturale e morale di straordinaria entità; un patrimonio che si snoda spesso attraverso itinerari legati alla fede, come ben sa chiunque abbia ammirato, almeno una volta le chiese, i campanili, le cappelle che adornano le più caratteristiche strade del cuore della città. 
Queste ricchezze da tempo corrono il rischio di essere abbandonate e di scomparire dall’orizzonte della cultura cittadina, portando con sé nell’oblio frammenti insostituibili della nostra storia”.


Ebbene a dispetto del rischio paventato dal Cardinale e del degrado cui la città pare essere condannata senza appello da una classe di amministratori inetta e incompetente, alcuni soggetti sociali rispondono con sensibilità, competenza e determinazione.  
Ci riferiamo ad una realtà forse unica al mondo ovvero al Complesso Museale di Santa Maria delle anime del Purgatorio ad Arco di proprietà dell’Opera Pia Purgatorio ad Arco Onlus, costituito nel 2009 e gestito, in regime di convenzione, dall’Associazione Progetto Museo. 
Del Complesso fanno parte la chiesa, l’ipogeo, il museo dell’opera e l’archivio storico ma di tutto questo abbiamo già scritto in precedenza http://www.napoli.com/viewarticolo.php?articolo=36945
Piuttosto ci piace notare che in occasione della presentazione del Progetto “Purgatorio ad Arco un arco sul Territorio” sostenuto dalla Fondazione “Con il Sud” e in partnership con le associazioni Progetto Museo, Amici degli archivi, La Bottega del Liocorno, Marina Commedia e l’Istituto formazione musicoterapia, sono stati registrati interventi di Donato d’Acunto presidente dell’Opera Pia, Salvatore Illiano coordinatore del progetto, Francesca Amirante direttore del Complesso museale, Giulio Raimondi direttore scientifico dei lavori di riordino dell’archivio storico dell’Opera Pia e Mimmo Borrelli drammaturgo. 
In questa sede si è parlato delle numerose iniziative di inclusione sociale previste dal Progetto ma anche e soprattutto della capillare opera di riordino e pulizia della Terrasanta, delle edicole, delle ossa e dei teschi che, stando a fonti della Soprintendenza partenopea, costituisce la prima occasione di un lavoro sistematico condotto su un patrimonio etnoantropologico.
Un lavoro appassionante che ha consentito a Pier Paolo Petrone e ad Antonio Tortora di approfondire, da un punto di vista davvero singolare, quel culto dei morti in generale e delle anime del Purgatorio in particolare il cui popolare contenuto religioso pare essere stato rimosso quasi totalmente dalla quotidianità.
Ingresso a doppia rampa dell'Ipogeo A visto dall'altare
Certo sono lontani i tempi in cui il dialogo tra i fedeli napoletani e la morte si svolgeva in catacombe, grotte, ipogei, cripte, fosse comuni, ossari e chiese e sono altrettanto lontani i tempi in cui il pranzo funebre offerto ai parenti del defunto, “o cunzuolo”, e la preghiera per i morti sconosciuti, “o refrisco”, costituivano le tappe obbligate di un percorso che spesso conduceva all’adozione d’ 'a capa 'e morte. 
Si può giungere all’adozione di teschi comuni come avviene per Santa Croce e Purgatorio, per il sottosuolo di Piazza Mercato dove furono gettati gli appestati durante la peste del ‘600 e per Sant’Agostino alla Zecca oppure ci si può orientare per l’adozione di teschi illustri fra cui il “Cavaliere” a Santa Maria della Sanità, il “Signore abbandonato” e “Santa Candida” quasi sempre identificata con l’umilissima figura della lavandaia a San Pietro ad Aram; il “Capitano”, la “testa di fratello Pasquale”, il “monaco miracoloso”, “Concetta” e la “testa che suda” alle Fontanelle; il “dottor Alfonso” e la “testa del cieco” a San Pietro ad Aram attualmente in via di riscoperta.
Sta di fatto che le edicole votive disseminate lungo i vicoli di Napoli, quasi a indicare un percorso apparentemente labirintico, si trasformano in veri e propri “presepi del Purgatorio” caratterizzati da scenari apocalittici dove man mano che ci si avvicina alla celebre chiesa il cui perimetro è controllato dai tre teschi di bronzo posizionati su rispettive colonne di pietra, si ha la sensazione di valicare un limite invisibile tra il mondo dei vivi e quello dei morti. 
Terra Santa 
Ma qui nell’ipogeo di Purgatorio ad Arco, c’è la famosa e ancora veneratissima “Lucia” eletta vox populi “principessa” indipendentemente dalla storia che la ritrae, con ridondanza di immagini, tragicamente morta ora in un naufragio prima del matrimonio ora durante un bombardamento mentre cercava scampo con i fratelli in quell’ipogeo. 
Ed è questa particolare edicola votiva che ha fatto comprendere ai due studiosi quanto “Lucia” sia ancora presente nell’immaginario collettivo dei fedeli più anziani che ancora ricordano i riti che, senza alcun timore ma con grande pietà, venivano officiati nell’ipogeo.


Dalla scelta del teschio attraverso un cerimoniale solenne fatto di intense preghiere, tattili e rispettosi sfioramenti, deposizione di fiori, accensione di lumini, richiesta di grazie e celebrazione di messe si passa alla accurata pulizia del teschio prescelto che veniva riposto su un fazzoletto rigorosamente bianco, talvolta adagiato su un cuscino ricamato e ornato di merletti e comunque ricoperto di rosari. 
Ma ha fatto anche comprendere che un vero e proprio uploading di una radicata tradizione popolare stia avvenendo nella mente e nel cuore di giovani fedeli che, forse inconsciamente, perpetuano il rito dei loro padri.

Riggiole pregiate con residui di colorazione rituale
Il contenuto di tutte le nicchie singole presenti nei due ipogei e nel corridoio di collegamento, della grande edicola a parete realizzata in prossimità della Terra Santa e degli scarabattoli appoggiati sull’altare dell’ipogeo B ed infine su alcune pareti dell’ipogeo A, è stato fotografato, rimosso, pulito, catalogato e stoccato in circa una settantina di grossi contenitori di polistirene, in alcune centinaia di vassoi sempre in materiale espanso e, per gli oggetti più piccoli e minuteria varia, in bustine di plastica con chiusura a cerniera, al fine di consentire il restauro delle nicchie rispettandone la struttura originale e conservando i reperti all’asciutto. 
Dopo le operazioni di svuotamento e durante lo studio delle nicchie sono state fatte scoperte interessanti; infatti “è stato riportato alla luce e ripristinato l’antico assetto con foderatura delle nicchie con maioliche antiche, caratterizzate da diverse fasi di pitturazione della muratura in blu e poi in rosso porpora intenso – osserva Pier Paolo Petrone – e successivamente, anche delle stesse maioliche, adottando colori diversi a seconda dei casi".
La pulizia e la classificazione hanno riguardato, ovviamente, anche la grande quantità di oggetti di culto e devozione fra cui ex voto d’argento, immagini sacre, rosari in tutte le fogge, monetine vecchie e contemporanee, medagliette, fiori in plastica, vasi, ceri, candele e, soprattutto nel caso di “Lucia”, statuette, oggetti personali anche preziosi, fiocchi e nastri a ricordo di bambini nati con parti impossibili o rischiosi e finanche un sacco di iuta contenente un abito da sposa con velo e guanti di seta e raso aperto, non senza emozione e per la prima volta dopo chissà quanti anni, dal prof. Petrone, da Antonio Tortora e dalla responsabile dell’Opera Pia Daniela d’Acunto

Innumerevoli foglietti riportanti preghiere, dediche, richieste e messaggi di grazia ricevuta sono stati oggetto di una vera e propria campagna di asciugatura all’aperto e parte di questi sono stati opportunamente esposti in vetrinette di plexiglas posizionate nell’ipogeo “A” a cura di Michele Iodice che ha anche curato l’allestimento delle ossa e dei crani contenuti nell’edicola di “Lucia” con una temporanea performance espositiva di grande suggestione nel primo ipogeo.
Nel Purgatorio ci sono due tipi di peccatori: coloro che devono scontare una pena leggera inferiore a cento anni con fiamme relativamente sopportabili e coloro che devono scontare una pena pesante e dunque plurisecolare con fiamme spaventose che vengono alimentate direttamente dall’inferno. 
E forse proprio la Chiesa di Purgatorio ad Arco, che tenta di perpetuare il culto in un mondo che fino ad ora ha cercato di ridurre al silenzio spazi sacri, miti e archetipi, potrebbe ricominciare a fungere da anello di congiunzione tra la vita e la morte ovvero con “colei che – come scrive Roberto De Simone in un’opera dedicata alla tradizioni popolari in Campania – sta in alto su una montagna o giù in una valle, o nel mare, o sotto terra, comunque sempre al di là di chi vorrebbe raggiungerla pur avendone paura, al di là si passano ponti, si traversano i fiumi, si varca il mare in un eterno viaggio di andata e ritorno, come il moto dell’onda sulla spiaggia”.


Descrizione delle nicchie maiolicate


























Info:
Complesso Museale di S. Maria delle anime del Purgatorio ad Arco
Vico Storto Purgatorio ad Arco 15
80138 Napoli
Tel. 081/44.68.10
Fax: 081/21.19.29
E mail: progettomuseo@mail.it
Sito di riferimento: http://www.progettomuseo.com 
Referente Complesso Museale: dott.ssa Vittoria Vaino
Cell. 333/38.32.561
E’ possibile effettuare visite guidate anche fuori dagli orari di apertura.
articolo su: napoli.com
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