sabato 31 gennaio 2015

PER UN' ANTROPOLOGIA DELLA PROFONDA SERIETA' E DELLA ESTREMA SPIRITOSAGGINE PULCINELLESCA.

Un omaggio a Pulcinella, personaggio che, contrariamente a quanto si crede, fa riflettere, fa penetrare le realtà più profonde di una Napoli troppo spesso derisa e diffamata. La sua maschera, in realtà, é un filo di Arianna che conduce nel labirinto della storia e accompagna colui che compie il viaggio animico e materiale verso il proprio destino. Ogni spiegazione concettuale di tale maschera offre sprazzi di conoscenza parziale e provoca interessanti teorie antropologiche; tuttavia occorre ricercare qualcosa di più, qualcosa che va oltre e che costituisce la quintessenza stessa della vita. Ci siamo mai chiesti quante maschere indossiamo e quanti personaggi incarniamo nel corso della nostra esistenza? E' difficile rispondere per cui eludiamo la domanda per non cercare la risposta che, peraltro, potrebbe non piacerci. Dunque é sempre lui, Pulcinella, che ci guarda e e si fa guardare, che sorride e piange, che semplicemente filosofeggia nelle antiche osterie napoletane, che saggiamente racconta le sue lunatiche esperienze, che si aggira in cerca dell'uomo ovvero di sè stesso mentre tutti noi lo cerchiamo senza mai riuscire a possederne l'essenza. Perché esso è un mistero, il mistero più grande e questo ci fa paura; ma il ricercatore alchimista, il rabdomante del pensiero, il ramingo metropolitano non si fa irretire dalla paura e continua a cercare, sapendo perfettamente che questo è il suo destino.

Maschera di Pulcinella di cartapesta con barba. Un pò anomalo ma,
tutto sommato, plausibile; tutti invecchiano prima o poi. Foto di Gabriele Tortora

Dialoghi, ispirazioni, confronti, meditazioni e ricerche tra l'uomo-maschera che impersona sé stesso e la maschera uomo che rappresenta l'universo in tutte le sue forme.

"L'uomo è poco se stesso quando parla in prima persona. Dategli una maschera e vi dirà la verità". (Oscar Wilde)

Pulcinellesco e Shakespeariano dilemma. Foto di Gabriele Tortora

Pulcinella ispiratore e presenza costante nello studio 
dell'intellettuale partenopeo. Foto di Gabriele Tortora


Machera di Pulcinella in lega
metallica opera di Lello Esposito
Foto di Gabriele Tortora

Meditatio intra moenia
Foto di Gabriele Tortora

mercoledì 28 gennaio 2015

LA NOSTRA RECENSIONE AL ROMANZO PHLEGRAIOS E' PIACIUTA E NE SIAMO ORGOGLIOSI. I CAMPI FLEGREI MERITANO ATTENZIONE E RISPETTO

Per un'antropologia recensionale (neologismo); il caso Phlegraios.

Un bellissimo dialogo d'amore da una pagina del romanzo Phlegraios.
La passione c'entra eccome! In tutte le cose.

Isolimpia ha condiviso un link tramite Francesco Perillo.
18 ottobre 2014 · 
Siamo lieti che Phlegraios di Marco Perillo, che abbiamo ospitato a Isolimpia il 25 settembre, stia conoscendo un crescente e meritato successo. TUTTO DA LEGGERE!
Una delle più belle 'recensio' mai ricevute... Grazie ad Antonio Tortora di Napoli.com!
Marco Perillo esordisce con Phlegraios - l’ultimo segreto di San Paolo
il primo quotidiano online della città di Napoli - the first news magazine of Naples, Italy

Ne siamo contenti e oltremodo grati a Isolimpia per le lusinghiere parole. Il mistero fa parte della nostra vita e ci appartiene di diritto. Non c'è luogo descritto o citato nel romanzo Phlegraios di Marco Perillo, Lago di Averno, Cuma, Baia, Rione Terra, Centum Cellae, che non conosciamo e che non ci abbia comunicato forti emozioni. Sapere che qualcun altro vi ha intrecciato una trama complessa dal punto di vista storico e intrigante dal punto di vista religioso e antropologico ci procura gioia e ci conferma di aver visto giusto. I Campi Flegrei offrono, a distanza di secoli anzi di millenni, una ricca opportunità per il ricercatore, lo studioso, lo storico, il poeta, il meditabondo e per l'antropologo amateur (lover of mystery).
Antonio Tortora esamina tracce da scorrimento sulla parete rocciosa nel sancta sanctorum dell'Antro della Sibilla Foto di Mario Zifarelli

UNA DELLE TANTE VISITE ORGANIZZATE DALLA SEZIONE NAPOLETANA DELL'ISTITUTO ITALIANO DEI CASTELLI PRESIEDUTA DALL'INFATICABILE ARCHITETTO LUIGI MAGLIO.

Resoconto fotografico della visita organizzata a Castel Sant'Elmo dalla sezione napoletana dell'Istituto Italiano dei Castelli in data 28 settembre 2013. L'architetto Luigi Maglio infaticabile presidente della sezione ha svolto il ruolo di cicerone spiegando alle centinaia di presenti tutti i dettagli della magnifica opera difensiva; sono innumerevoli le visite e gli incontri programmati dall'Istituto e per informarsi é sufficiente collegarsi ai seguenti link:
http://www.castcampania.it/
oppure
http://www.castit.it/

Antonio Tortora sugli spalti di Castel Sant'Elmo (Foto di Mario Zifarelli)

D'altra parte, per gli appassionati, per gli studiosi e più semplicemente per coloro che amano la nostra città le opportunità offerte dall'Istituto sono molteplici e praticamente infinite perchè le visite guidate vengono svolte anche in occasione di aperture straordinarie di palazzi storici, giardini, parchi e appartamenti di grande rilievo storico e architettonico; dunque non soltanto strutture fortificate, masti, torri, torrioni e fossati, mura di cinta e mura merlate ma un'infinità di siti per una città che non é mai stata espugnata direttamente e frontalmente. Per non parlare poi di tutta la Campania dove le fortificazioni, dall'antichità più remota al periodo feudale, abbondano e costituiscono tracce di storia formidabili.




Solo a Napoli abbiamo Castel Nuovo - Chateau Neauf - chiamato anche Maschio Angioino recante una epigrafe dettata dal Panormita "Alfonsus regum princeps hanc condidit arcem"; Castel dell'Ovo costruito sulle fondamenta del castrum Lucullanum, villa del patrizio romano Lucio Licinio Lucullo e legato, indissolubilmente, al mito dell'uovo incantato di virgiliana memoria; Castel Sant'Elmo, oggetto del nostro reportage fotografico, sorto laddove già nel X° secolo sorgeva una chiesetta dedicata a Sant'Erasmo e una torre di vedetta normanna; Castel Capuano il più antico castello della città e da sempre sede del governo e dell'amministrazione giudiziaria; il Castello del Carmine detto "lo Sperone" per la sua forma caratteristica quasi totalmente demolito e visibile solo in piccolissima parte, per il torrione; il Castello di Nisida poco più che un rudere di epoca angioina ma in una posizione strategica eccezionale. E ci pare che di carne a cuocere ce ne sia già abbastanza senza aggiungere tutti i castelli presenti nei capoluoghi di provincia e nel loro circondario. Di Avellino, fra cui ricordiamo Altavilla Irpina, Ariano Irpino, Bisaccia, Cervinara, Mirabella Eclano. Di Benevento fra cui menzioniamo la Rocca dei Rettori, Cerreto Sannita, Cusano Mutri, Faicchio, Limatola, Pontelandolfo. Di Caserta fra cui citiamo il borgo medievale di Caserta Vecchia perfettamente conservato con il mastio di forma cilindrica che svetta sull'abitato, Capua con Castello "delle Pietre", Marzano Appio, Vairano Patenora. Di Salerno fra cui rammentiamo il castello Arechi già Castrum Salerni citato da Tito Livio, Amalfi, Caggiano, Eboli con il castello normanno, Postiglione e Sicignano degli Alburni. Circa la provincia di Napoli  nominiamo soltanto i castelli di Acerra, Ischia prima colonia euboica, Lettere, Ottaviano con il suo castello mediceo, Nola con Castel Cicala chiamato anche la "Reggia di Nola" all'epoca degli Orsini, le innumerevoli torri di Sorrento.
Un paesaggio disseminato di strutture difensive, peraltro tipico di tutto il territorio italiano, che nonostante la decadenza strategica dovuta all'invenzione dell'artiglieria che ne penalizza la posizione dominante, recupera la sua importanza e centralità culturale con il Romanticismo.
Oggi visitarli costituisce una grande emozione e soprattutto nella nostra città che, anche da questo punto di vista, é davvero ben dotata.
Poi c'è la questione energetica di Castel Sant'Elmo in qualità di luogo magico molto importante per Napoli ma questa é tutta un'altra storia e ne parleremo in seguito.

martedì 27 gennaio 2015

UN MISTERO DELLA CRISTIANITA' AFFRONTATO DA MARCO PERILLO NELL'OPERA NARRATIVA " PHLEGRAIOS L'ULTIMO SEGRETO DI SAN PAOLO" LA SUA RECENTE FATICA LETTERARIA CHE LO IMPONE DI DIRITTO AI VERTICI DEGLI AUTORI PARTENOPEI



Marco Perillo esordisce con Phlegraios
l’ultimo segreto di San Paolo

di Antonio Tortora 
 

Lo scrittore Marco Perillo

Chi scrive è un appassionato conoscitore di quella “terra del fuoco” che rappresentava e continua a rappresentare “una delle meraviglie dell’Esperia misteriosa” come è scritto in “Baia Pozzuoli e Miseno - L’Impero Sommerso” dello storico bacolese Gianni Race, facendo riferimento alla Campania del IV° sec. A.C..

Inoltre è doveroso notare che l’aggettivo “phlegra” fu precedentemente attribuito alla piana peninsulare di Palléne in Tessaglia laddove Dei e Giganti si scontrarono in una mitica lotta che, non a caso, fece tremare la terra così come accadde e ancora oggi accade in tutto il territorio circostante la “Roma di zolfo” come Mario Sirpettino ha poeticamente e geologicamente definito Puteoli.

Oltretutto, fra le città presenti nella penisola di Palléne figurava, oltre Mende, Terambo e Afiti anche una greca Neapolis. Intrigante davvero! Ma questa è un’altra storia.

Quello che oggi ci preme raccontare è l’iter umano e spirituale che percorre il giornalista e ormai romanziere Marco Perillo nella sua fatica letteraria “Plhegraios – L’ultimo segreto di San Paolo” pubblicato da Rogiosi un editore che ancora una volta ha visto giusto dando forma e veste editoriale a un contenuto narrativo che per 254 pagine tiene incollato il lettore in un quadrante temporale dove passato e presente sono la stessa cosa, e lo rende ebbro di quell’odore sulfureo sprigionante da una terra sempre tesa al rinnovamento.

“…Manco fosse una pietra della Solfatara, che si ergeva con le sue esalazioni sulfuree proprio dietro al suo palazzo. Un cratere ribollente di ricche alchitrachiti, allumi di solfato, potassio, magnesio, mofete mefitiche, vapori giallo-rossicci che arrivavano fino a centocinquanta gradi. E quell’odore di sale, uovo marcio e piscio, dritto dalle viscere della terra; profumo profondo di caldera, di fanghiglia pizzicante, lunare, a inebriare tutta la città celando ricordi di un’atavica dimora di Efesto o di un’altra – grigia e arancio – di Lucifero. Eppure, già dall’epoca angioina, la gente andava lì per curarsi le ferite e i malanni. Gli effluvi caldi erano capaci di rendere feconde le donne, di guarire febbri inguaribili…” recita un passo del romanzo e le narici si riempiono di fumi e odori della terra flegrea creando stupore e meraviglia nel lettore che partecipa della scena e ne diventa involontario coprotagonista.

Il frammento di una lettera, probabile Epistola di San Paolo ai Laodicesi dell’antica Frigia, sconvolge Procolo Costagliola, giovanissimo archeologo senza alcuna esperienza sul campo, che si ritrova suo malgrado catapultato in una straordinaria avventura, da qualcuno osteggiata in ogni modo, fatta di ricerca di indizi storici, di investigazione su eventuali altri frammenti della Lettera nonché di pericolose escursioni notturne in siti archeologici e di lunghe chiacchierate con il pescatore Samuele Guardascione che con la sua parlata caratteristica mista di lingua napoletana in piccola parte, di remoto vernacolo flegreo e maccheronico latino, ovvero uno slang composito che suscita nel lettore un moto di simpatia irrefrenabile, rende la storia interessante e avvincente.


Copertina del libro edito da Rogiosi

Qui è obbligatorio un riferimento simbolico per chi conosce la cultura flegrea e un’allusione dichiarata dall’autore del romanzo, Marco Perillo, al poeta e antropologo culturale Michele Sovente, nato a Cappella minuscola frazione di Monte di Procida dove Procolo, l’archeologo tormentato ma coraggioso, intraprende la sua avventura.
Dal libro PHLEGRAIOS

Il Sovente stesso spiega: «scaturito da un impulso interno, dal bisogno di portare alla luce schegge sonore, barlumi di una età lontana dai contorni fiabeschi e primitivi, manifestazioni di energia vitale, di fisicità, figure e gesti elementari, nuclei di pensiero e di visionarietà che configurano un universo dove fascino e paura, sortilegio e smarrimento, solitudine e fusione con la natura procedono sempre all’unisono. Da qui discende il mio convincimento che tra latino, italiano e dialetto non ci sono divergenze o contrapposizioni» 

Ebbene, Samuele il pescatore cantastorie impersona Michele Sovente nella sua continuità temporale e nell’esternazione meticolosa, mai eccessiva e sempre ben calibrata, di pensieri e contenuti arcaici ma ancora vivi e radicati; mentre Marco Perillo ripropone e si compiace di farlo uno stile narrativo originale e improntato a quel “bisogno di portare alla luce schegge sonore e barlumi di un’età lontana” di soventiana memoria.

Dieci anni ci sono voluti a Marco per vedere attraverso il suo sguardo pulito i dettagli ardenti dei Campi Flegrei; per scoprire e riportare alla luce frammenti di una Epistola che non è una lettera qualsiasi ma che fu scritta, insieme a molte altre, da un gigante del cristianesimo; per recuperare la doverosa memoria storica di luoghi erroneamente ritenuti minori come la piccola frazione di Cappella e personaggi ritenuti secondari dalla storia come l’antropologo-poeta Michele Sovente.

Ha lungamente elaborato una trama che si snoda agile e veloce tra la frigia Laodicea e il Lago d’Averno porta dell’Ade, fra Cuma con l’Antro della Sibilla e il Castello di Baia incomparabile ma semichiuso museo, tra Rione Terra sede di una splendida cattedrale-tempio e Centum Cellae invasa dalle sterpaglie e ancora la Piscina Mirabile gigantesca cisterna e sontuosa cattedrale sotterranea.

L’elenco potrebbe continuare ma preferiamo fermarci; la sorpresa non deve anticipare la curiosità di chi leggerà il giallo storico un pò noir o di chi ricercherà le radici della propria fede; di chi consapevolmente conosce la zona e di chi sfortunatamente solo da questo momento in poi proverà interesse per le antiche pietre flegree.

Paolo di Tarso davvero approdò sulla costa dell’antica Dicearchia nel 61 d.C. e fu un formidabile evangelizzatore nel corso di parecchi viaggi intrapresi, non senza pericolo, verso i paesi affacciati nel bacino del Mediterraneo e a Pozzuoli incontrò membri della comunità cristiana già stanziati in quel luogo dal I° sec. d.C.; cosicchè anche queste sponde ebbero i loro martiri fra cui Sossio, Procolo, Acuzio, Artema, Eutiche, Festo, Desiderio e naturalmente San Gennaro.

Sacro e profano stretti in una morsa creatrice e non soffocante: Ulisse, Enea e la Sibilla Cumana a testimonianza di miti eterni e San Paolo, San Gennaro e i misconosciuti martiri puteolani a testimonianza di fede cristiana, tutti elementi collegati da personaggi non storici benché davvero plausibili e verosimili fra cui Procolo, Samuele e la veggente ‘Onna Carmela.

L’area flegrea purtroppo versa in uno stato di abbandono e le cronache ce lo ricordano ogni giorno cosicchè nel romanzo Marco Perillo che, non dimentichiamolo è anche un valente giornalista, non si esime dal denunciare tale stato di trascuratezza con il garbo che lo contraddistingue e senza mai perdere di vista l’intento narrativo.

L’intera area concettualmente rispecchia il pensiero di Nietzsche il filosofo preferito da Procolo e forse anche da Marco e che dai suoi aforismi ha tratto la forza di resistere agli urti della vita. Infatti il castello di sabbia costruito da ogni uomo su una spiaggia è destinato a rovinare in seguito a una violenta mareggiata e sta all’uomo decidere se ricostruire o abbandonare l’impresa suggerisce il grande filosofo tedesco.

Alla stessa maniera mentre i sismi, le eruzioni vulcaniche e i bradisismi sconvolgono l’Archiflegreo e quella manciata di chilometri teatro delle vicende narrate nel romanzo rimangono seppelliti e dimenticati, Marco Perillo utilizza la “sciaveca” che in dialetto bacolese e nel linguaggio dei pescatori sta a significare la rete a strascico qui metaforicamente letteraria, per riportare in superficie e alla chiara luce del sole tutti i tesori che giacciono nelle profondità tufacee giallo-sulfuree.

La sua ovviamente non è una rete fatta di canapa come in antico, di nylon o piombata come quelle moderne bensì una rete fatta di saperi metabolizzati, concetti profondi e parole pregnanti.

Dunque così come San Paolo fu pescatore di uomini Perillo al suo esordio di scrittore, dopo aver sistemato in barca, ovvero in innumerevoli file, tutti i materiali raccolti navigando col cuore oltre che con la vista in una delle più belle zone vulcaniche del mondo, si accinge a pescare uomini di buona volontà che, ne siamo sicuri, parteciperanno in un modo o nell’altro a questa grande avventura di riscoperta della lettera paolina e del proprio vissuto personale.

Ci rimane solo la curiosità di vedere quale sarà la prossima avventura cui noi, di certo, parteciperemo.


Scheda del libro
Autore:  Marco Perillo
Titolo:  Phlegraios – L’ultimo segreto di San Paolo
Editore:  Rogiosi
Anno:  2014-10-17
Pagine:  254
Prezzo:  Euro 14.00

Tratto da http://www.napoli.com/viewarticolo.php?articolo=40986 del 17 ottobre 2014


Antonio Tortora sul tetto dell'Eremo di San Michele Arcangelo a Monte Sant'Angelo (Pozzuoli) da cui si domina a 360 gradi sullo scenario flegreo laddove si svolgono le vicende narrate da Marco Perillo nel romanzo Phegraios

lunedì 26 gennaio 2015

LA ROCCA MEDIEVALE DI ALFEDENA (AQ) E LE GOLE DEL RIO TORTO VERA OASI DI QUIETE E SILENZIO META PREFERITA DI MOLTISSIMI NAPOLETANI


Alle falde sud-orientali dei monti della Meta, poco a monte della confluenza del Rio Torto con il fiume Sangro e in prossimità del lago della Montagna Spaccata, quando c'è la neve si può ascoltare uno straordinario concerto di suoni derivanti dagli scrosci di innumerevoli torrentelli spontanei che confluiscono nel Rio. Il silenzio, amplificato dalla quiete della strada e delle forre che conducono al Lago della Montagna Spaccata, consente di ascoltare lo scorrere dell'acqua in armonia con i colori della natura e la coltre bianca della neve. Per gli orridi é tutta un'altra storia e l'impeto con cui le acque scendono vorticosamente solcando la roccia in profondità lasciano senza fiato soprattutto nella stagione in cui i ghiacci si sciolgono. Parecchie marmitte e cascatelle sono visibili per un lungo tratto che può essere costeggiato calcando un percorso in ferro appositamente costruito molti anni fa dal Comune di Alfedena.










Auphidena era la capitale dei Samnites Caraceni Infernates e fu espugnata dal console romano Centumalo intorno al 300 a.C. dopo che altre roccaforti sannite, fra cui Cluvia, Aesernia e Bovianum, cedettero sotto l'urto delle legioni romane intenzionate a espugnare ad ogni costo la fiera opposizione sannita. Nonostante la devastazione romana e le trasformazioni naturali del territorio sono ancora visibili i resti di un tempio dedicato a Ercole Curino, proprio nella omonima località, e resti di mura megalitiche delimitanti l'area dell'antico insediamento.
Peraltro in località Campo Consolino, verso la seconda metà dell'800, fu rinvenuta una necropoli italica risalente più o meno al VI secolo a.C.; qui, nelle tombe a inumazione con lastroni di pietra grezza e senza fondo, furono ritrovate molte suppellettili tra cui vasi, cuspidi di lance e coltelli, ornamenti in bronzo e ferro, fibule e tipici ornamenti femminili di forma spiraliforme detti "chatelaine" di fattura straordinaria e tipici della necropoli aufidenate.
Chatelaine tipici ornamenti femminili sanniti
Foto tratta dal web


In origine il soprintendente della zona Mariani stimò essere presenti sul territorio qualcosa come dodicimila tombe. Dunque un patrimonio notevole a tal punto da interessare l'Università di Chieti e di Tubingen in Germania. Nelle tombe dei bambini, insieme ai classici corredi funerari furono rinvenuti parecchi oggetti di ambra e pasta vitrea. Anche in località Madonna di Campo sono stati ritrovati resti significativi di un antico luogo di culto dedicato alle divinità italiche della campagna, forse Kerres, Futrei Kerriiai, Ammai Kerriiai e Liganakdikel Entrai. In tutto le divinità sannite legate al mondo naturale e al lavoro agricolo erano almeno 17.
Moltissimi oggetti provenienti dagli scavi archeologici delle necropoli locali, a partire da quelli dell'800 alle campagne di scavo organizzate in epoche più recenti, ovvero fra il 1974 e il 1978, sono visibili presso il Museo Archeologico A.De Nino di Alfedena su prenotazione.
(https://www.facebook.com/museoalfedena.it/info?tab=page_info)
Per quanto riguarda la rocca ovvero i resti del castello feudale, in località Monte Caricio e in pieno centro cittadino, essi sono costituiti da tratti di cortine difensive e da una torre a pianta ottagonale, che richiama lo schema templare, di probabile origine sveva e dunque un unicum sia per la zona in cui sorge sia per il tipo di edilizia fortificata dell'epoca.

Rocca medievale di Alfedena (Aq) Foto di Antonio Tortora



Per un'antropologia dell'informazione partenopea.

Recensione del nostro sitoblog antoniotortora.it apparsa sulle pagine de Il Mattino online in data 24 gennaio 2015 a firma del collega Marco Perillo che ringraziamo molto per la sensibilità con cui ha trattato l'argomento mostrando di aver compreso fino in fondo lo spirito con cui abbiamo duramente lavorato in team con i tecnici informatici nonchè amici Marco Manna ed Enrico Aiello. 

Un altro riconoscimento importante al nostro lavoro svolto nell'interesse della città. 

L'Homo Parthenopeus é qualcosa di più, é valore aggiunto alla vita stessa di Neapolis ed è bene che si comprenda che la cultura é l'elemento più importante e imprescindibile per comprendere il nostro passato, per vivere il nostro presente, per sperare nel nostro futuro.

 articolo blog guru meditation


giovedì 22 gennaio 2015

FANPAGE.IT IL CORAGGIO DI MOSTRARE NAPOLI COME E' NONOSTANTE LA GRANCASSA MEDIATICA NE CONTINUI A NEGARE IL RINASCIMENTO

DA TEMPO NON VEDEVO QUALCOSA DI COSI' BELLO. NAPOLI MERITA.

    
I MIEI COMPLIMENTI A FANPAGE.IT






Perché nonostante questa città sia lì da millenni. Nonostante la tecnolgia non sembri far parte del suo DNA, ci sono luoghi in cui si produce innovazione.

Tutto a Napoli è fugace. Tutto a Napoli arriva a poi va via. Tutto a Napoli sembra vecchio, sembra uguale a sé stesso ma il suo ventre è capace di produrre innovazioni. Di rinascere.
Perché Napoli muore ogni giorno per poi rinascere il giorno dopo. Da millenni. 
Non vogliamo aggiungere altro; é tutto ben chiarito nei post che scriviamo e nella passione con cui lo facciamo (Antonio Tortora - Giornalista - Neoblogger)

continua su: http://www.fanpage.it/una-giornata-a-napoli-in-4k-se-la-citta-si-riappropria-della-tecnologia/#ixzz3PYgMSKmW 
http://www.fanpage.it

RIABILITAZIONE STORICA DEI GRADINI SANTA BARBARA MALTRATTATI DA CURZIO MALAPARTE

Le orribili "nane" del Pendino di Santa Barbara viste dallo scrittore Malaparte e la devastazione che segue la Seconda Guerra Mondiale.


Leggendo "La Pelle" di Curzio Malaparte, opera che in origine avrebbe dovuto essere intitolata "La Peste" ma che così non fu a causa della pubblicazione dell'omonimo e fortunato romanzo di Albert Camus nello stesso periodo, si legge: "Il Pendino è un vicolo lugubre, non tanto per la sua strettezza tagliato com'è fra gli alti muri, verdi di muffa, di antiche e sordide case, nè per l'oscurità che vi regna eterna, anche nelle giornate di sole, quanto per la stranezza della sua popolazione. Famoso è infatti il Pendino di Santa Barbara per molte nane che vi abitano. Son così piccole che giungono a stento al ginocchio di un uomo di media statura.....tra le più brutte nane che vi siano al mondo". Calca poi la dose paragonandole ai "mostriciattoli di Bruegel o di Bosch".  Vengono, a questo punto, alla mente le nane del Goya e del Velasquez cosicchè i riferimenti al laidume femmineo di questo quartiere partenopeo risultano davvero al completo.


                                        Da San Giovanni Maggiore a Gradini Santa Barbara
                                        Escursione antropologica di Antonio Tortora

Francamente pensiamo che questo tipo di letteratura non abbia fatto bene alla nostra città martoriata dai bombardamenti americani e questa forma di esagerazione visionaria con cui Malaparte descrive alcune situazioni che immagina essersi verificate a Napoli in quel periodo non è condivisibile, pur tenendo presente la giusta denuncia malapartiana che nel "La Peste", con cui avrebbe voluto intitolare originariamente l'opera narrativa, racchiuse in sè tutto l'orrore di una intera Europa in cui delazione, prostituzione, corruzione e ignobiltà dilagavano a macchia d'olio.
 "La Pelle" inizia proprio con la descrizione delle nane d'E gradelle 'e Santa Barbara forse contrapponibili alla supposta bellezza dei giovani e trionfatori militari americani, per poi soffermarsi su episodi grotteschi come l'esposizione, per un solo dollaro, della giovane vergine a gambe divaricate sul letto di un "basso"; la vendita di ciuffi di peli pubici appartenenti a donne bionde ai militari di pelle nera perchè, ai neri si sa, "like blondes". Il disgusto, per noi che non amiamo Malaparte, ci impedirebbe di elencare altri orrori ma dobbiamo farlo per onestà intellettuale, e ciò senza giudicare e senza entrare del merito dell'abilità narrativa dell'autore. Napoli come piazza che offre giovanissimi disperati e senza futuro ai ricchi omosessuali provenienti da ogni parte d'Europa, é il caso del nobile Jeanlouis; il rituale della "figliata" laddove da un omosessuale viene simulata la gestazione e il parto di un feto dal fallo smisurato; il pranzo offerto agli ufficiali americani e loro consorti a base di bambina bollita che in realtà non é altro che un pesce sirenoide che è stato prelevato dall'Acquario di Napoli e l'orrore dei commensali. Qui ci fermiamo e riflettiamo su quanto prevalga l'elemento romanzesco e visionario sull'elemento documentaristico e giornalistico. E' vero lo stesso Malaparte in una lettera all'editore Bompiani chiarisce che "La Pelle" è opera di fantasia ma aggiunge drammaticamente che si tratta di un romanzo storico contemporaneo. Per noi è assurdo ma è la sua opinione e va riportata per dovere di cronaca. E' davvero una "fiction based on facts"come scrive Luigi Martellina in "Malaparte saggista politico: le rivoluzioni europee"? 
Insomma ha voglia Malaparte a citare lo storico Tucidide, quando ben descrive nel dettaglio l'epidemia di peste che colpì Atene durante la guerra del Peloponneso, nell'intento di dimostrare la purezza dei criteri storiografici da lui adottati, ma noi non vediamo quell'opus oratorium maxime di ciceroniana memoria in quanto non ravvisiamo quella prosa d'arte che oltre a offrire utili e doverosi insegnamenti non costituisce neanche un piacevole intrattenimento letterario. Si tratta di una patina letteraria che non convince cosicchè molte furono le discussioni e le critiche che si levarono nei confronti dell' opera malapartiana; e non ultime quello dello stesso Consiglio Comunale di Napoli che ci tenne a smentire tutto ciò che fu scritto nell'offensivo romanzo. Tenendo presente che "La Pelle" è stata tradotta in lingua straniera con numerose ristampe particolarmente in Francia, e che un importante film con Marcello Mastroianni ne è stato tratto, il danno di immagine risulta consistente e, a nostro avviso, richiederebbe un congruo risarcimento; queste brevi note critiche nascono proprio da questa ormai inderogabile esigenza riabilitativa.


Foto di Antonio Tortora: 'E gradelle 'e Santa Barbara


Nei nostri vagabondaggi antropologici non potevamo trascurare quel tratto di scale che collega largo Ecce Homo con via Sedile di Porto e che, correttamente, si chiama Via Pendino di Santa Barbara poichè tutte le strade in discesa che, in origine, permettevano di raggiungere il mare partendo dalla zona collinare erano chiamate "pendini" proprio in virtù della loro pendenza. Nel caso de 'E gradelle 'e Santa Barbara ivi persisteva anticamente una chiesa dedicata alla Santa che proteggeva, nella credenza popolare, dai tuoni e dalle saette nonchè dalle morti improvvise. A parte lo splendido e rinascimentale Palazzo Penne sito al largo Banchi Nuovi e lo stesso sanfeliciano Palazzo Amendola, chiamato popolarmente "Malefioccolo", nulla c'è di pregevole presso questo Pendino  e tuttavia  non abbiamo trovato traccia né delle nane di cui parlava Malaparte descrivendo una di esse che"canta affacciata ad un'altra finestrella, e sembra un grosso ragno che sporga la testa pelosa da una crepa nel muro" né dei famosi e profumati taralli 'nzogna e pepe" di cui si favoleggia; anzi il forno a legna che quotidianamente e in diversi momenti della giornata li produceva non esiste più. Un vero peccato altrimenti li avremmo certamente consigliati.





martedì 20 gennaio 2015

SCRITTO INEDITO ISPIRATO DA PARTENOPE LA SIRENA E DEDICATO A SELENE "LA RISPLENDENTE"


Volevamo rendere partecipi i lettori e i surfer di una rarissima nostra emozione riportata su carta ispirati da una Musa superiore a qualunque altra per l'incanto e la capacità di ammaliare: 
                                     Partenope la Sirena

Foto tratta dal web

A suo tempo mettemmo penna in carta, in una sorta di impeto poetico, per tratteggiare un'immagine o forse un'idea di un qualcosa di sfuggente che non sempre è visibile perchè durante la notte, in genere, ci si riposa seguendo le regole cronobiologiche del ritmo circadiano (circa diem ovvero "intorno al giorno"); a meno che non si soffra di disturbi del ciclo sonno veglia e delle relative sindromi ad esso correlate. In altre parole l'oggetto da ritrarre, suggestionati dalla bellezza del Golfo partenopeo, era la luna (per i greci antichi Selene "la risplendente) che, di norma, non attrae molto la nostra attenzione, ma che in quel momento specifico funse da Musa ispiratrice per quelli che potremmo impropriamente definire "versi poetici". Infatti per questo scritto riesce davvero difficile trovare una qualche applicazione delle leggi metriche ne tantomeno per esso si può fare riferimento a una chiara definizione tipo: lirico, drammatico, bucolico, d'amore o giovanile (giovanile sarebbe poi ridicolo nel nostro caso). Tuttavia qualche elemento ispirativo di carattere marcatamente poetico c'è  e riguarda l'ispirazione che è un moto di creatività interiore, cosa rarissima nel mondo caotico in cui viviamo e la suggestione che é un qualcosa generato dall'esterno che tende a influenzarci talvolta inconsciamente. D'altra parte se vengono sapientemente miscelati il lungomare di Napoli o un qualunque altro posto panoramico della città con il buio della notte, la luna e il suo riverbero sul mare leggermente increspato l'alchimia comincia a funzionare suscitando sentimenti delicati, sogni e fantasie. Ecco la scaturigine da cui esce, forse, lo scritto che segue e che non sappiamo se possiede caratteri antropologici ma che comunque abbiamo deciso, catarticamente anche se non sappiamo bene di cosa liberarci, di rendere pubblico per il piacere di qualche sparuto lettore in cerca di emozioni. Un pò di spiritosaggine non nuoce ma l'imbarazzo, posso assicurare, è difficilmente dominabile; da buoni figli di Partenope ci armiamo di faccia tosta e procediamo schiarendoci la voce anzi la tastiera.
                                                       
                                                                        LUNA


Luna, macchia di luce su un tappeto scuro
Faro che scruta l’anima in cerca di qualcosa
Perla intrigante incastonata nei tuoi occhi
Speranza del naufrago che nuota nell’universo in cerca di un sicuro approdo.
Luna ieri sconosciuta, fredda e lontana
Oggi fraterna, tiepida e vicina
Domani chissà. Nessuno, neanche l’oracolo può fare profezie.
Luna che illumina la strada percorsa dal viandante
Che conforta le retrovie di un cuore che procede all’impazzata
Fuori dallo sguardo, magnetica come calamita potente
Dentro allo sguardo immobile come ostacolo insormontabile
Tutta intorno, trasparente come acqua sorgiva e opaca come il sale della vita
Tutta intrisa di notte e di rugiada mattutina
Flebile come una voce lontana che proviene dallo spazio
Decisa come chi avanza nell’oscurità sconfiggendo la paura di vivere
Luna spettacolare che suscita un costante corale applauso
Tutto questo e anche altro
Ma ora il poeta che l’ha decantata deve tacere, altrimenti la luna scappa via
Nel silenzio del proprio turbamento il poeta deve ascoltare una risposta, qualunque essa sia
Nelle profondità del suo cuore il poeta deve sospirare, poiché altro non può fare
Nessuno sa se la farfalla avrà la fortuna di adagiarsi sul chiaro manto lunare
Nel frattempo colui che ha cristallizzato l’essenza stessa del suo sentire, infilando parole come perle lungo un filo invisibile, cerca colei che indosserà la preziosa collana.
Versi di Antonio Tortora



Suggerimento: Per non farsi ammaliare bisogna comportarsi come Ulisse.

ESCURSIONE ANTROPOLOGICA DI ANTONIO TORTORA E STEFANO SPOSITO PRESSO DUE EREMI ABRUZZESI

Due luoghi incantati sospesi nel tempo per la loro antichità e nello spazio per il loro isolamento; la Chiesa medievale della Madonna del Casale situata al limite estremo della Piana delle Cinque Miglia a poca distanza dal paesino di Rocca Pia e l'Eremo di San Michele Arcangelo dell'anno mille, stando ad una antica iscrizione cassinese, ancora intatto alle pendici del Monte Pizzalto non lontano da Pescocostanzo.
Luoghi di solitudine e silenzi montani ma anche di fede e di preghiera, attualmente poco battuti dai pellegrinaggi ma sempre carichi di fascino per chi vive una fede semplice ed essenziale.
In particolare l'Eremo di san Michele Arcangelo è maggiormente frequentato per il persistere del culto micaelico che si spinge fino alle estremità garganiche attraversando non solo tutta l'Italia ma anche buona parte dell'Europa.




Chiesa della Madonna del Casale (o di Santa Maria del Carmine)

Comune:  Rocca Pia
Frazione:  località Colleguidone
Come arrivare:  A24/A25 RM-PE uscita Pratola Peligna-Sulmona/ proseguire sulla SS 17 direzione Roccaraso/ Rocca Pia da Napoli: A1 NA-RM uscita Caianello/ seguire indicazioni per Castel di Sangro/ Roccaraso/ Sulmona/ Rocca Pia
Notizie:  La chiesa della Madonna del Casale o di S. Maria del Carmine si trova all'inizio del Piano delle Cinque Miglia in una località denominata Colleguidone, pertinente al territorio di Rocca Pia. Non è subito visibile percorrendo l'ampia pianura delle Cinque Miglia perchè posta sul fianco della collina, in una posizione "nascosta" che forse ne accresce il fascino. Le origini della chiesa di S. Maria non sono molto chiare; l'odierna costruzione mostra elementi decorativi e architettonici che rimandano al Trecento, ma la sua fondazione può essere molto più antica, legata alle vicende dei villaggi che un tempo sorgevano nell'altipiano: Roccaduno, Casale S. Nicola e Casal Guidone. Dei tre insediamenti, sorti probabilmente in età normanna, non rimanevano che dei ruderi già nel 1474, dal momento che a quella data Flavio Biondo nella sua Italia Illustrata scriveva "questa campagna fu già abitata da molte ville, come per alcune ruine vi si scorge" (Italia Illustrata, ms.1474). Oggi non è visibile più alcuna traccia di questi antichi abitati, ma il nome Colleguidone è rimasto ad indicare la località dove appunto si erge la chiesa. Non si tratta quindi di una "chiesolina" di campagna, come l'ebbe a definire il Gavini, ma dell'ultima testimonianza di una piccola comunità che per alcuni secoli ha abitato queste terre, per poi trasferirsi, forse agli inizi del Quattrocento, nel paese di Rocca Pia. In seguito la chiesa è divenuta anche un sicuro riparo per i pastori ed i viandanti che affrontavano l'avventurosa traversata dell'altipiano delle Cinque Miglia. L'altipiano ha rappresentato nel corso dei secoli una fondamentale via di transito, poiché garantiva il collegamento tra il Nord e il Sud, tra Firenze e Napoli, evitando il passaggio per lo Stato Pontificio. La sua traversata era però particolarmente difficoltosa nella stagione invernale data l'altitudine e le abbondanti nevicate che ancora oggi lo investono. Lungo le pareti della chiesa sono ancora leggibili i graffiti lasciati dai viandanti in cerca di riparo. L'iscrizione più antica che vi si legge data 1675, mentre gli ultimi graffiti furono scalfiti nella notte tra il 15 e il 16 febbraio del 1863 dai soldati piemontesi, che qui ripararono durante una tempesta di neve. La chiesa della Madonna del Casale, realizzata in pietra locale, contrariamente alla consuetudine, apre l'unico portale di accesso lungo il fianco. Il portale ricorda in maniera abbastanza evidente le forme del portale realizzato per la chiesa di S. Agostino a Sulmona ed in seguito posto sulla facciata di S. Filippo. La datazione ad annum del portale sulmonese, il 1315, diviene dunque un importante termine post quem per il nostro, la cui realizzazione è da ritenersi eseguita entro la fine del Trecento, anche se il suo "gotico tardissimo" ha spinto alcuni a posticiparla fino ai primi del Quattrocento. Nel portale della Madonna del Casale un alto timpano decorato a gattoni ricade su due edicolette cuspidate composte da due ordini di archetti trilobi ciechi. Le sorreggono delle colonnine a sezione poligonale poste su un alto basamento con i capitelli decorati a foglie di acanto. Lo stesso motivo ad acanto orna la parasta e la colonna elicoidale che inquadra l'apertura e sale a contornare la lunetta. Del decoro ad affresco che ornava la lunetta non rimane più nulla, mentre ben conservato è il rilievo raffigurante l'Agnello Crocifero posto al centro dell'architrave. Accanto al portale si innalza la massiccia mole del campanile che ricorda più una torre di difesa e di avvistamento. All'interno la chiesa presenta un impianto ad aula rettangolare, presbiterio rialzato ed abside semicircolare; la navata è divisa da cinque archi traversi a tutto sesto ed è coperta da capriate a vista. Disposti lungo la parete absidale e nel giro della sua calotta troviamo degli affreschi raffiguranti scene della vita della Madonna e di Cristo, corredate di didascalia esplicativa. Ai lati della parete absidale è dipinta un'imponente Annunciazione: Maria è raffigurata seduta accanto ad una scrivania insieme ad una colomba bianca, simbolo del divino concepimento; dall'altro lato vi è l'Angelo con in mano il giglio, simbolo della purezza, in un abito caratterizzato da grandi e rigide maniche a sbuffo. E' alquanto frequente trovare dipinta nella parete dell'abside l'Annunciazione, sia perché è l'episodio che dà inizio al Nuovo Testamento e alla Nuova Vita, tradizionalmente prefigurata dalla concavità absidale, sia perché consente di raffigurare i personaggi separati, senza che la scena perda in unità e chiarezza. Sono piuttosto le dimensioni raggiunte dalle Vergine e dall'Angelo che rendono originale la composizione del pittore qui operante. Nel primo registro dell'abside troviamo la Visita di Maria ad Elisabetta (QVANO LA VERGINE VISITOE S. ELISABETTA), Gesù nel sepolcro e la Madonna della Neve; nell'ordine superiore il racconto continua con il Battesimo di Gesù (QVANO XPO FO BATIZATO DA SANTO IOVANNI BACTISTA AL FIVM IORDANO) e l'Ascensione (QVANO XPO SALLI IN CELO E CIO E LASSVMTIONE), mentre nell'ultimo registro è dipinto l'Eterno tra angioletti. E' singolare in una trattazione così concisa della vita della Madonna e di Gesù l'assenza di episodi importanti come la Natività o la Crocifissione, ed invece la presenza di un episodio secondario quale la Visitazione di Maria ad Elisabetta, scelta che sembrerebbe confermare l'ipotesi secondo cui la chiesa era dedicata in origine proprio alla Visitazione. Si intuisce anche che la scelta delle immagini è dettata più da esigenze dottrinali e devozionali che narrative per cui, dopo l'episodio della Visitazione, il racconto si interrompe per dar spazio a quadri a sé stanti come l'Uomo dei Dolori e la Madonna della Neve: Cristo nel sepolcro, nell'iconografia di sapore nordico dell'Uomo dei Dolori, è disposto a modo di pala d'altare proprio dietro la mensa, a ricordare visivamente il sacrificio che ad ogni celebrazione è rinnovato nell'Eucaristia; riguardo la raffigurazione della Madonna della Neve possiamo immaginare con quale particolare venerazione sia dipinta in un luogo così spesso tormentato dalle bufere invernali. Emerge in maniera abbastanza evidente dall'analisi delle scene la qualità popolare del pittore, che secondo il Savastano è da identificare con un artista locale, operante entro il XVI secolo. La chiesa conserva anche una copia della pregevole opera in terracotta del Cinquecento raffigurante una Madonna con il Bambino. L'originale si trova attualmente presso la parrocchiale di S. Maria Maggiore a Rocca Pia.


Eremo di San Michele Arcangelo

Comune:  Pescocostanzo
Tipologia:  Eremo/ Chiesa romitorio
Come arrivare:  A24/A25 RM-PE uscita Sulmona-Pratola Peligna/ proseguire lungo la SS 17 direzione Roccaraso/ Rivisondoli/ Pescocostanzo da Napoli: A1 NA-RM uscita Caianello/ seguire indicazioni per Castel di Sangro/ Roccaraso /Rivisondoli/ Pescocostanzo
Notizie:  A pochi chilometri dal paese di Pescocostanzo, alle pendici del Monte Pizzalto e vicino al tratturo proveniente dalla Valle Peligna, si trova la grotta-eremo di San Michele Arcangelo. Le prime notizie sul romitorio risalgono al 1183 e provengono dalla Bolla di papa Lucio III; non è comunque da escludersi un'origine più antica, sia per la posizione posta sulla via di transumanza sia per la vicinanza alla sorgente. In un'iscrizione cassinese del 1066 vengono nominate, per la zona di Pescocostanzo, ben 13 celle, facendo ipotizzare una naturale destinazione per chi scegliesse la vita ascetica. Scavato ai piedi di un banco roccioso, l'edificio presenta un fronte ad angolo, con il lato maggiore di circa 13 metri e quello minore di circa 5 metri. Il primo chiude la zona cultuale mentre il secondo quella abitativa. Sul lato principale si aprono due porte: la più ricca ed importante immette nella chiesa mentre quella secondaria, posta sul lato destro, conduce ad un vano laterale adibito a cappella funebre della famiglia Ricciardelli. Fra le due porte è stata ricavata una grande nicchia ad arco a tutto sesto, dove sono ancora visibili tracce di intonaco dipinto. Sull'architrave della porta principale è riportata l'iscrizione del restauro: SUMPTIBUS HAS PROPIIS PORTAS/ POSTESQUE BUBULCI/ ERECTAS DICANT ANGELE DIVE TIBI/ A.D. MDXCVIII. Più in basso si legge: BENEFATTORI BRAMOSI BENEFICA. Sull'arco della nicchia si trova invece la scritta: CONFALONIERE CELESTE CUSTODISCICI. La porta secondaria reca infine l'iscrizione : DUCE DIVINO DA DANNI DIFENDICI. L'ingresso principale è fiancheggiato da due piccole finestre a strombo; quello secondario ha una piccola luce con ampia cornice in pietra bianca su cui è stato inciso: LE LEGGEREZZE LASCI LEAL LETIZIA/ INIMICI IMPLICATI ISDEGNA INTENDERE/ GRAVATI GEMENDO GIUSTIFICATEVI. L'interno della chiesa è completamente pavimentato con larghe lastre di pietra che creano contrasto con la volta rocciosa non rifinita. Una lunga balaustra in pietra finemente lavorata chiude la parte più interna della grotta. A destra dell'ingresso una piccola colonna faceva da piede ad un'acquasantiera. Tutte le parti in pietra della grotta sono state restaurate negli ultimi anni dalla Soprintendenza. Nella zona presbiteriale si conservano i resti di un piccolo altare, obliquo rispetto all'asse della balaustra, e una piccola nicchia ricavata sopra un basso podio che anticamente ospitava la statuetta del Santo, ora custodita nella chiesa della Madonna del Rosario. La statuetta, probabilmente un ex voto, è scolpita in pietra locale e in stile semplice. Nella chiesa si conservano numerosi resti di lastre marmoree realizzate ad intarsio che dovevano rivestire l'altare; questo genere di decorazione è presente in molte chiese di Pescocostanzo. Tutto il perimetro presbiteriale è percorso da un basso sedile ricavato nella roccia, mentre sul lato sinistro, poco fuori dal presbiterio è posto il loculo di una sepoltura di cui non si ha nessuna indicazione. Sopra di esso un grande foro, ora murato, venne scavato dai tedeschi come uscita di sicurezza. La stanza adiacente presenta nell'angolo la sepoltura di Bartolomeo Ricciardelli del 1855 ed una lapide in ricordo di Giosafatte Ricciardelli del 1881. La parte abitativa è composta da due piani. Il piano superiore, posto sullo stesso livello della chiesa, comprende due piccole stanze ricavate nella roccia, comunicanti tramite una porta in pietra che reca l'iscrizione: FATICHE FREQUENTATE FORTIFICANO. La prima stanza è coperta con volta a botte, ha due finestre a strombo, una botola per scendere al piano inferiore e una piccola nicchia rotonda; al suo interno si conservano i resti di un sedile in pietra che corre lungo tutta la parete. La seconda, di piccole dimensioni, presenta una volta piana ed una sola finestra. Al piano inferiore, composto anch'esso da due stanze, si può accedere dal piano superiore tramite la botola oppure mediante una piccola porta. La zona abitativa, secondo la tradizione popolare, venne realizzata come ricovero di pastori transumanti, notizia confermata dalla vicinanza al tratturo e alla località "Il Riposo", dove facevano sosta le greggi.





ESSERE NAPOLETANO E' MERAVIGLIOSO.

E' stato bello il 13 gennaio scorso leggere lo striscione, vedere la piazza pulita, ascoltare il brusio degli studenti seduti sulle panchine, osservare la serenità con cui si discuteva ai tavoli del vicino caffè letterario "Intra Moenia", attraversare il tratto di strada in assenza di traffico ed infine avviarsi lento pede verso via Tribunali dove le scoperte e le riscoperte non finiscono mai di meravigliare il camminatore assiduo. Mi passava per la mente una frase o meglio un'esclamazione interiore: " Genius Loci fa che sia sempre così".



Mura greche a Piazza Bellini  (Foto di Antonio Tortora)











 




Piazza Bellini, uno dei punti d'incontro della movida partenopea in pieno centro storico, a pochi passi dal Conservatorio di Musica San Pietro a Maiella già Real Collegio di Musica risalente all'800 e nato dall'unificazione dei quattro più antichi Conservatori di Napoli (Santa Maria di Loreto, Pietà dei Turchini, Sant'Onofrio a Capuana e Dei Poveri di Gesù Cristo) da qualche giorno é stata splendidamente decorata con uno striscione che fa riflettere.
Da estimatori indomabili e orgogliosi di vivere nella nostra città ci siamo compiaciuti perchè condividiamo pienamente e senza alcuna riserva il contenuto di questa splendida frase: "Essere napoletano è meraviglioso". C'è orgoglio, fierezza e passione dietro queste parole che fanno capire come la città può vivere, in qualunque momento, il proprio rinascimento che non può e non deve essere soltanto un mero slogan politico bensì può e deve costituire l'espressione di una volontà restauratrice di affermazione e di appartenenza. 

Lo Striscione di Piazza Bellini  (Foto di Antonio Tortora)


Nel triangolo rosso poi c'è scritto "sii turista nella tua città" ed è esattamente questo lo spirito con cui, anche un cittadino partenopeo sia pur abituato ormai da tempo al panorama urbano e antropologico in cui é costantemente immerso, deve inoltrarsi nei meandri della storia oltre che nelle vie e piazze della città. Stupore e meraviglia ci attendono nel corso degli innumerevoli e quotidiani viaggi che si possono fare attorno all'isolato dove abitiamo, nel centro del centro storico, nei quartieri che si espandono verso la collina del Vomero, fra le chiese e i monumenti, tra gli edifici storici e le fontane, sul lungomare e finanche nei quartieri a vocazione commerciale. Un plauso a chi ha esposto lo striscione. Almeno per una volta la protesta generica, cui tutti siamo ormai abituati, lascia il posto all'affermazione d un'idea di appartenenza a un territorio che non merita il trattamento cui è stato sottoposto negli ultimi 150 anni.


UNA CARRELLATA DI OPERE REALIZZATE DA LELLO ESPOSITO ED ESPOSTE NEL SUO LABORATORIO

Una slide antropologica dedicata alle opere dell'artista.

In questo caso non desideriamo aggiungere nulla al post pubblicato in precedenza salvo stimolare il lettore appassionato o il surfer occasionale ad osservare con attenzione le opere dell'artista e, se di origini napoletane, a riflettersi come solo si può fare in uno specchio archetipale, ritrovando sè stesso. E anche se non fosse di origini partenopee, senza ombra di dubbio, potrebbe facilmente riflettersi in almeno una di queste opere ritrovandosi nella sua interezza perchè alcuni simboli proposti da Lello Esposito sono universali e riconosciuti permanentemente dalle più antiche civiltà. E' il caso dell'uovo la cui perfezione, per forma, consistenza e colore, diventa nelle mani del dio egizio Ptha oggetto forgiato da cui crea l'uomo, é consacrato alla dea Iside, viene riposto nella bocca di un serpente dai fenici, i Persiani se lo scambiavano come augurio in occasione dell'arrivo della primavera inaugurando una ritualità che attraversa i millenni. Finanche i cristiani delle origini identificavano l'uscita del pulcino dall'uovo appena schiuso con la potente simbologia della resurrezione di Cristo. fondamento irrinunciabile della fede cristiana. Qui si rintraccia l'elemento residuale ma tuttora ben affermato nella cultura popolare delle uova pasquali.





Per approfondimenti: vedi post del 16 gennaio 2015

PER UN'ANTROPOLOGIA DELLA FONDAZIONE DI PARTENOPE E IL MITO DELLA SIRENA

La Fontana di Spina Corona detta "e' zizze" simbolo archetipico della città e richiamo costante alle sue antiche e nobili origini. Un'interpretazione.


"Anche se non si volesse credere alla verità che nascondono, è impossibile non credere alla loro incomparabile potenza simbolica. Nonostante la loro consunzione moderna, i miti restano, al pari della metafisica, un ponte gettato verso la trascendenza. (Ernst Jünger)"


Foto di Antonio Tortora


Qualunque sia la collocazione della tomba della Sirena Partenope, la Fontana di Spina Corona detta "a' funtan 'e zizze" si impone per modestia e discrezione interpretativa in una strada parallela al Corso Umberto; quasi non vuole apparire, quasi non vuole dire, ne tantomeno vuole svelare il mistero antico che si cela sotto il peso di duemilacinquecento anni di storia e oltre.
In via Guacci Nobile la potenza mai sopita di un simbolo, perchè il simbolo rimane sempre attivo e inesausto fintanto qualcuno riesca a interpretarlo, esercita il suo fascino e continua a incantare e a suggerire la quiete che ogni vero partenopeo, passionale per temperamento ed esuberante per carattere, stenta a trovare nei pensieri e nelle azioni. La forza distruttiva del Vesuvio fa paura e nello stesso tempo modella il paesaggio; la seraficità ardente (in modo paradossale) della Sirena suggerisce in un soffio di voce appena percettibile "dum vesevi syrena incendia mulcet" verso inciso, in origine, sul marmo bianco della fontana . Già ma quale vulcano si addolcisce con la sua acqua limpida? Quello fisico e imponente che domina la linea di costa della parte più bella della Campania Felix oppure quello del cuore dei suoi figli partenopei che batte all'impazzata?
Odysseus and the Sirens. Detail from an Attic red figured stamnos,
ca. 480-470 BC. From Vulci Foto tratta dal Web
Il richiamo al lac virginis, all'acetum fontis e all'aqua vitae della fontana mercuriale é immediato anche se questa fontana alchemica ne ha tre di bocche; l'invito concettuale a tale similitudine e all'essenza della prima fase della coniunctio (descritta nel Rosarium Philosophorum) é troppo forte. Ma forse sbagliamo. Chissà.
Comunque i siti dove si ipotizza possano essere rinvenute tracce della tomba della Sirena non sono molto lontani da quel piccolo altorilievo dove, oltre allo "sterminator vesevo" di leopardiana memoria, si possono ammirare un violino e lingue di fiamme; musica e fuoco della stessa essenza ignea. Oggi la fontana è senza acqua e, apparentemente, il prezioso liquido non raffredda i tellurici ardori del maestoso vulcano; tuttavia il suo fascino non cede il passo alla malinconia che deriva dalla incuria colpevole di un popolo che, afflitto dalle difficoltà materiali, cerca con ogni mezzo di attingere, insopprimibilmente, alle più profonde fonti vitali. Il simbolo androginico della città non abbandona i suoi figli perchè é in essi incarnata e le più antiche feste lampadiche, di origine greca, e le più recenti feste di Piedigrotta testimoniano il legame con colei che fu, per lungo tempo, chiamata la Regina Partenope, la Fortuna della città, la Fondatrice. E il fasto, contrariamente all'epoca contemporanea, era tale che il Pontano defini il tempio-tomba della Sirena, a suo dire persistente nel sito dove oggi ammiriamo la Basilica di San Giovanni Maggiore, "mirae magnitudini".
Su questo tema abbiamo fatto una chiacchierata con un amico di cui, ne siamo sicuri, rimarrà significativa traccia. 
Foto di Antonio Tortora


« Dopo Dicearchia c’è Neapolis […] viene indicata sul posto la tomba di una delle Sirene, Partenope, e vi si tiene un agone ginnico, secondo un antico oracolo », traduzione da Geografia (V, 4, 7) di Strabone. Il luogo di sepoltura di Partenope fu individuato, nella lunga storia delle città napoletana, in più siti disparati. I più noti sono il tempio presumibilmente dedicato a Partenope, pressappoco posizionato dove oggi vi sono le più antiche fondamenta del Castel dell’Ovo, inoltre sulla collina di Sant’Aniello. Più in generale, come ci informa Strabone (I, 2, 12), una località della penisola sorrentina era dedicata al culto delle Sirene. 

Tratto da:

http://digilander.libero.it/storia_e_numismatica/La%20Sirena%20Partenope%20ed%20i%20nummi%20neapolitani%20-%20Gionata%20Barbieri%20-%202007.pdf

lunedì 19 gennaio 2015

Escursione antropologica di Antonio Tortora e Stefano Sposito ai ruderi di Castel di Sangro.

Un paesaggio bucolico e un'identità agricola e pastorale da preservare.

Fra i ruderi medievali delle fortificazioni di Castel di Sangro e le mura megalitiche di origine sannita ci si rende conto di quanta storia, sedimentata dai secoli e dai millenni, caratterizza una cittadina che oggi é considerata solo una importante piazza commerciale abruzzese. Un invito dunque a visitare più in profondità le vestigia di un passato che rivive ogni volta che gli occhi e le mani di un visitatore temerario e consapevole guardano e toccano le pietre dove preziose incisioni lasciano fluire il tempo e la storia dell'uomo. Un panorama a trecentosessanta gradi sulla cittadina, sulla piana e sui monti che ad essa fanno da corollario ritempra la vista e ricorda che nulla è perduto se c'è la volontà di recuperare e valorizzare la cultura montana, agricola e pastorale di una delle più belle regioni d'Italia. Abbiamo avuto la possibilità di osservare e scoprire interessanti reperti di epoca medievale, croci penitenziali e forse templari (vedi slide al min. 19.42)  incise su blocchi di pietra riutilizzati per lavori di consolidamento, di accedere a cunicoli e camminamenti sotterranei ed infine di salire su torri di avvistamento, in ottimo stato di conservazione, che fanno ben comprendere come fossero avanzate le conoscenze nel campo delle costruzioni fortificate e quanta sicurezza potevano offrire agli abitanti e alle comunità delle piane sottostanti. Un paesaggio bucolico che, ancora oggi e nonostante le trasformazioni urbanistiche, conserva intatto il suo fascino.



domenica 18 gennaio 2015

PER UN' ANTROPOLOGIA DEL SANFEDISMO STORICO CONSAPEVOLE E NON NOSTALGICO.

PER UN MOMENTO ABBANDONIAMO IL TERRENO DELLA POLEMICA E PERCORRIAMO LA STRADA DELLA RIVALUTAZIONE STORICA PARTENDO DAL CONTROVERSO TERMINE "SANFEDISTA"

Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero. (Proverbio Arabo) 

Rifiutiamo categoricamente i sinonimi correntemente utilizzati in ambito storico, politico e sociologico di "clericale" e "reazionario" per definire "sanfedista" ma, sia pur con qualche distinguo, ne accettiamo la definizione offerta dall'Enciclopedia Italiana Treccani. E cIò  senza lasciarci coinvolgere in disquisizioni polemiche e dissertazioni capziose bensì auspicando serene e assennate valutazioni storiche e antropologiche. L'amore e il rispetto per la nostra città e per la sua storia plurimillenaria è fuori discussione.



                                                 Tratto da Youtube "medicodellasaub"
                                                
SANFEDISTI: Masse di Santa Fede, e quindi di Sanfedisti, si chiamarono per la prima volta quelle bande armate delle plebi rurali e cittadine, che, in nome della vecchia fede degli avi e degli antichi costumi, si sollevarono contro i Francesi e i patrioti nel regno di Napoli, provocando la sanguinosa reazione del 1799. Il movimento fu così pronto, spontaneo e vivace, che un cardinale di grande energia, F. Ruffo di Bagnara, sbarcato con alcuni uomini in Calabria, e pochi avventurieri còrsi, capitati nelle Puglie, poterono dominarlo e indirizzarlo, senza difficoltà, verso la restaurazione monarchica e la distruzione della Repubblica Napoletana, privata dalla guerra della seconda coalizione dell'ausilio dell'esercito francese di E. A. Macdonald. Ma se la monarchia borbonica seppe sfruttare questo moto popolare, non seppe padroneggiarlo a pieno, come avrebbe voluto il Ruffo, e si lasciò trascinare a quella violenta reazione, che segnò, si può dire, la fine morale della monarchia borbonica di Napoli. Il sanfedismo rivelò, inoltre, la profonda crisi morale e sociale che travagliava il Mezzogiorno: si trovarono di fronte la classe colta e le plebi e v'era tra loro tale abisso, che, come ben vide V. Cuoco, sembravano due popoli diversi per due secoli di tempo e per due gradi di clima. Da storici recenti la classe colta napoletana è stata accusata di non avere capito il popolo che si trovava di fronte, ma il rimprovero è ingiusto, perché quella classe colta capì la profondità del moto, l'ammirò anche per l'energia morale, sia pure male applicata, che aveva rivelato, e continuò a lottare per il trionfo di quelle istituzioni, che sole avrebbero potuto portare il popolo sulle soglie della grande politica. Così pure è da attenuare in certo senso il patriottismo del sanfedismo, perché, sebbene moti analoghi scoppiassero in tutti i territorî dei vecchi stati regionali italiani, non vi fu tra loro alcuna sutura ideale e politica e il patriottismo locale non si trasformò in patriottismo nazionale. L'Italia non ebbe, né poteva avere la bella guerra nazionale contro i Francesi, come la Spagna e la Germania, e il sanfedismo non fu, in fondo, che una Vandea italiana, su uno sfondo sociale più grandioso.
Nella Restaurazione dopo il 1815, sanfedisti si chiamarono anche nello stato pontificio quelle sette reazionarie che si contrapposero alle liberali, ma su esse mancano lavori esaurienti, che permettano di tracciarne con sicurezza i caratteri. Nella Restaurazione poi il termine sanfedista acquistò in Italia un'accezione più lata, e fu dato dai liberali ai partigiani del trono e dell'altare, con un senso d'infamia e di sprezzo in ricordo delle stragi del 1799, onde la qualifica non fu mai accolta in buona pace da coloro che ne erano gratificati. Dopo il 1850 circa, nella polemica liberale il vocabolo sanfedista cedette il posto a quello di clericale, che veniva dalle lotte politico-religiose francesi e che in Italia era stato adoperato solo in senso stretto per designare il governo politico dei preti nello Stato Pontificio.
Un'eccellente bibliografia del movimento sanfedista nel Mezzogiorno è quella di N. Cortese in appendice alla sua edizione del Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 di V. Cuoco (Firenze 1926, pp. 430-37). Sulla genesi sociale del movimento, cfr. G. Prato, L'evoluzione agricola nel sec. XVIII e le cause economiche dei moti del 1792-98 in Piemonte, in Atti della R. Acc. di scienze di Torino, 1908-09; N. Rodolico, Il popolo agli inizi del Risorgimento nell'Italia meridionale, 1798-1801, Firenze 1925. Sui caratteri, cfr. B. Croce, Storia del regno di Napoli, Bari 1925, pp. 222-228; il cit. Rodolico; G. Lumbroso, I moti popolari contro i Francesi alla fine del sec. XVIII, Firenze 1932. Per le sette sanfediste nello Stato Pontificio, cfr. L. Farini, Lo Stato Romano dall'anno 1815 all'anno 1850, I, Torino 1850: G. Cassi, Il card. Consalvi e i primi anni della restaurazione pontificia, 1815-19, Milano 1931. Sulla parola "clericale", cfr. I Maurain, La politique ecclésiastique du second empire de 1852 à 1869, Parigi 1930, p. 960.

Scritto curato da Walter Maturi, liberale, allievo di Michelangelo Schipa, Benedetto Croce, Gaetano Salvemini e Gioacchino Volpe, ma serio e attento studioso della storia italiana meridionale e risorgimentale.

Tratto da: http://www.treccani.it/enciclopedia/sanfedisti_%28Enciclopedia-Italiana%29/

Testo originale del CANTO DEI SANFEDISTI in lingua napoletana cantato e interpretato dal grande Peppe Barra:

A lu suono de grancascia
viva lu populo bascio.
A lu suono de tamburrielli
so' risurte li puverielli.
A lu suono de campane
viva viva li pupulane.
A lu suono de viuline
morte alli giacubbine.
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunzigli
viva 'o rre cu la famiglia.
A sant'Eremo tanto forte
l'hanno fatto comme 'a ricotta
a 'stu curnuto sbrevognato
l'hanno miso 'a mitria 'ncapa.
Maistà chi t'ha traruto
chistu stommaco chi ha avuto,
'e signure 'e cavaliere
te vulevano priggiuniere.
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunzigli
viva 'o rre cu la famiglia.
Alli tridece de giugno
sant'Antonio gluriuso
'e signure 'sti birbante
'e facettero 'o mazzo tanto.
So' venute li Francise
aute tasse 'nce hanno mise
liberté... egalité...
tu arrubbe a me
i'arrobbo a ttè...
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunzigli
viva 'o rre cu la famiglia.
Li Francise so' arrivate
'nce hanno bbuono carusate
e vualà e vualà
cavece 'nculo alla libertà.
A lu ponte 'a Maddalena
'onna Luisa è asciuta prena,
e tre miedece che banno
nun la ponno fa sgrava'.
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunzigli
viva 'o rre cu la famiglia.
A lu muolo senza guerra
se tiraje l'albero 'nterra
afferrajeno 'e giacubbine
'e facettero 'na mappina.
E' fernuta l'uguaglianza
è fernuta la libertà,
pe' vuje sò dulure 'e panza
signo' jateve a cucca'.
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunziglie
viva 'o rre cu la famiglia.
Passaje lu mese chiuvuso
lu ventuso e l'addiruso
a lu mese ca se mete
hanno avuto l'aglio arrete.
Viva tata maccarone
ca rispetta la religione,
giacubbine jate a mmare
ca v'abbrucia lu panare.
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunzigli
viva 'o rre cu la famiglia.

Altri testi su: http://www.angolotesti.it/N/testi_canzoni_nccp_nuova_compagnia_di_canto_popolare_7965/testo_canzone_canto_dei_sanfedisti_290283.html
Tutto su Nccp Nuova Compagnia di Canto Popolare: http://www.musictory.it/musica/Nccp+Nuova+Compagnia+Di+Canto+Popolare


Testo del CANTO DEI SANFEDISTI tradotto, per chi non è partenopeo, in italiano corrente:

Al suono della Grancassa
Evviva, evviva il Popolo Basso,
Al suono del Tamburello
Sono insorti i poverelli,
Al suono della campana
viva, viva i Popolani;
al suono del violino
morte a tutti i giacobini!
Suona, suona – Suona Carmagnola
Suona l’adunata – viva il Re e la famiglia! 
Sant’Elmo, che era un grande forte 
l’hanno ridotto come una ricotta,
a questo cornuto e svergognato
gli hanno messo la mitria in testa.
Maestà, chi vi ha tradito?
Chi ha avuto questo coraggio?
I Signori, i Cavalieri
Ti volevano imprigionare!
Suona, suona – Suona Carmagnola
Tuona il cannone, 
viva sempre il Re Borbone! 
Il tredici giugno, Sant’Antonio glorioso,
ai Signori, questi birbanti,
gli fecero un culo così! 
Sono arrivati i Francesi
ci hanno messo ancora altre tasse.
“Libertà, Uguaglianza”:
Tu rubi a me, 
io rubo a te!
Suona……viva sempre al Re Borbone!
I Francesi sono arrivati,
ci hanno ripulito completamente
“ecco qua, ecco qua”,
un calcio in culo alla Libertà!
Dove è andata donn’Eleonora 
che ballava nel teatro?
ora balla per il mercato:
con mastro Donato!
Suona………… viva il Re e la famiglia!
Al ponte della Maddalena
Donna Luisa è rimasta incinta
Son venuti tre medici ma 
non riescono a farla partorire!
Dove è andata donn’Eleonora 
Che ballava nel teatro,
ora balla con i soldati,
e non ha più potuto ballare!
Suona……..viva il Re e la famiglia!
Le navi sono già pronte,
correte tutti per farle avviare,
preparatevi esultanti
perché dovete farle partire;
Nel mare c’è l’inferno ed
i suoi cancelli sono ardenti:
traditori, andate a fondo, 
non potete più rubare!
Suona……. viva sempre il Re Borbone
Al molo, finita la guerra,
hanno abbattuto l’albero
hanno preso i Giacobini
e li hanno ridotti come stracci sporchi!
E’ finita l’uguaglianza,
è finita la libertà, 
per voi son dolor di pancia:
signori, andatevene a letto!
Suona………… viva il Re e la famiglia!

Fonte: http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=4692